I LUOGHI
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

Città della Lombardia e attuale capoluogo di provincia, all'epoca del romanzo Bergamo si trovava nel territorio della Repubblica di Venezia (cui apparteneva sin dal 1428, in seguito alla vittoriosa battaglia di Maclodio ad opera del Conte di Carmagnola) ed è situata non lontano dal corso dell'Adda, che allora per un tratto faceva da confine naturale con il Ducato di Milano; intensi erano gli scambi commerciali fra i due territori, dal momento che fin dal cap. II ci viene detto che molti filatori di seta emigravano nel Bergamasco attratti dalle migliori condizioni di lavoro, il che spiega come mai Renzo, operaio assai abile in questo settore, riesca a trovare lavoro in patria nonostante l'annata scarsa. In un paese di quella regione vive anche Bortolo, il cugino di Renzo che lavora a sua volta in un filatoio di cui è il factotum e dove ha più volte invitato il protagonista a trasferirsi, anche se il giovane filatore non ha mai accettato per il suo legame con Lucia. Il Bergamasco diventa ambientazione diretta del romanzo a partire dal cap. XVII, quando Renzo (in fuga da Milano dopo il tumulto di S. Martino e ricercato dalla legge) supera l'Adda per rifugiarsi nello stato veneto e verrà accolto da Bortolo che gli troverà un ricovero e un lavoro al suo filatoio; mentre si avvicina al paese del cugino, Renzo non tarda a rendersi conto che la carestia si sta facendo sentire anche in quelle terre, come dimostra la presenza di numerosi accattoni e contadini che chiedono l'elemosina, e come gli conferma lo stesso Bortolo col dirgli che, a causa della scarsezza dell'annata, non c'è grande richiesta di operai. Renzo riuscirà comunque a guadagnarsi da vivere grazie alla sua abilità di filatore e Bortolo gli spiegherà che la politica economica della città di Bergamo e della Repubblica di Venezia è più oculata rispetto a quella di Milano, poiché viene acquistato del grano a basso prezzo che viene fatto circolare liberamente fra le città e il senato veneziano assicura il rifornimento di miglio che, in tempi di carestia, serve a produrre il pane (è questo il modello socio-economico che Manzoni predilige, cosa che emerge soprattutto nel confronto con il governo milanese dell'epoca). Quanto alla manifattura della seta, viene detto chiaramente che essa è stata portata nel Bergamasco dagli operai milanesi emigrati laggiù e in seguito l'autore precisa che il governo veneziano assecondava in ogni modo questo flusso di lavoratori, soprattutto perché i rapporti politici col vicino Ducato erano assai tesi. La stessa vicenda di Renzo lo dimostra, poiché il governo di Venezia finge di compiere superficiali ricerche del fuggiasco su pressioni del governatore di Milano don Gonzalo, mentre risulta chiaro che non c'è alcun intento di trovarlo né tantomeno di consegnarlo alle autorità milanesi (XXVI); Renzo sarà comunque costretto a trasferirsi per qualche mese in un villaggio poco lontano, dove assume il falso nome di Antonio Rivolta e trova lavoro nel filatoio di un conoscente di Bortolo, originario anche lui del Milanese.
Renzo soggiorna nel Bergamasco dal novembre 1628 sino all'estate 1630, quando l'epidemia di peste scoppiata nel Milanese si propaga anche al territorio vicino e lo stesso protagonista finisce per ammalarsi (XXXIII): una volta guarito, decide di approfittare della situazione drammatica per tornare al suo paese e cercare Lucia, del cui voto è stato intanto informato per lettera da Agnese. Alla fine delle vicende del romanzo, dopo che Renzo e Lucia si sono finalmente sposati, i due decidono di trasferirsi insieme ad Agnese nel paese di Bortolo (XXXVIII), ma qui si trattengono poco in quanto gli abitanti accolgono la giovane con commenti poco lusinghieri sul suo aspetto fisico, dal momento che si era fatto un gran parlare di lei (la cosa irrita non poco Renzo e inasprisce i suoi rapporti con i nuovi compaesani). Più tardi Bortolo propone a Renzo di acquistare in società un filatoio alle porte di Bergamo, il cui padrone è morto di peste mentre il figlio intende disfarsene, e la conclusione dell'affare permette ai due sposi di trasferirsi definitivamente in quel paese dove poi trascorrono la loro vita assieme.
La città di Bergamo è spesso citata come il centro principale di quella regione, anche se non è l'ambientazione diretta di nessun episodio del romanzo: essa è mostrata solo nel cap. XVII, come una "gran macchia biancastra" sui colli che Renzo vede al di là dell'Adda, per cui il giovane intuisce che deve trattarsi di quella città e la cosa gli viene poi confermata dal pescatore che lo traghetta sull'altra sponda del fiume.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È l'inespugnabile fortezza in cui vive e opera l'innominato, situata in un punto imprecisato lungo il confine tra il Milanese e il Bergamasco e distante non più di sette miglia dal palazzotto di don Rodrigo: il luogo è descritto all'inizio del cap. XX, quando il signorotto vi si reca per chiedere l'aiuto del potente bandito nel rapimento di Lucia e fin dall'inizio si presenta come un castello truce e sinistro, specchio fedele della personalità del signore che vi risiede. Infatti sorge in cima a un'erta collina al centro di una valle "angusta e uggiosa" che è a cavallo del confine dei due stati, accessibile solo attraverso un sentiero tortuoso che si inerpica verso l'alto e che è dominato dagli occupanti del castello, che sono dunque al riparo dall'assalto di qualunque nemico; il castello è come un nido di aquile in cui l'innominato non ha nessuno al di sopra di sé e da dove può dominare anche fisicamente su tutto il territorio circostante, di cui egli è considerato l'assoluto padrone (i pochi birri che si sono avventurati lì sono stati uccisi e nessuno oserebbe addentrarvisi senza essere amico del bandito).
All'inizio del sentiero che conduce in alto c'è un'osteria che funge da corpo di guardia, la quale, a dispetto dell'insegna che mostra un sole splendente, è nota come la Malanotte e in cui stazionano bravi dell'innominato armati fino ai denti: qui si ferma don Rodrigo quando giunge insieme ai suoi sgherri e viene precisato che nessuno può salire al castello armato, per cui il signorotto deve consegnare ai bravi il suo schioppo. In seguito viene accompagnato all'interno della fortezza e percorre una serie di oscuri corridoi, con bravi di guardia ad ogni stanza e varie armi appese alle pareti (moschetti, sciabole, armi da taglio...), mentre la sala in cui avviene l'incontro con l'innominato non presenta dettagli rilevanti, cosa che può dirsi anche per altri "interni" che appariranno nei successivi episodi.
Dopo il rapimento (XX) Lucia è condotta da Monza al castello in carrozza (il viaggio dura più di quattro ore) e una volta che il veicolo è giunto ai piedi del sentiero che sale alla fortezza, di fronte alla Malanotte, esso non può proseguire a causa dell'erta ripida e la giovane è trasferita su di una portantina insieme alla vecchia serva dell'innominato. Questa conduce poi Lucia nella sua stanza (XXI), cui si accede tramite una "scaletta" e dove poco dopo giunge anche l'innominato; la stanza è spoglia e non presenta alcuna descrizione particolare, così come la camera in cui dorme il bandito e che viene mostrata dopo, della quale si dice solo che ha una finestra che si affaccia sul lato destro del castello, verso lo sbocco della valle (da lì l'uomo vede la gente che accorre dal cardinal Borromeo, giunto in visita pastorale al vicino paesetto che non dev'essere troppo lontano da quello dei due promessi, dal momento che fra i curati presenti c'è anche don Abbondio).
Questi percorre in seguito la salita al castello in groppa a una mula, insieme all'innominato e a una lettiga che trasporta la moglie del sarto del paese, con il compito di rincuorare Lucia nel momento in cui verrà liberata (XXIII): una volta giunti alla fortezza i due sono fatti entrare e apprendiamo che vi sono due cortili, uno più esterno e un altro interno. Sulla strada del ritorno il curato osserva con una certa apprensione lo strapiombo del dirupo che è costretto a rasentare e maledice la mula in quanto procede sul ciglio del burrone, tirando infine il fiato solo quando è fuori da quella valle dalla fama sinistra (XXIV).
Lo stesso don Abbondio, Agnese e Perpetua torneranno lì molti mesi dopo, per cercare rifugio nel castello a causa della calata in Lombardia dei lanzichenecchi, durante la guerra di Mantova (XXIX): l'innominato ha già raccolto al castello molti uomini e ha disposto armati e posti di guardia in vari punti della valle, cosicché il luogo è perfettamente difeso. I tre giungono alla Malanotte a bordo di un baroccio procurato dal sarto (XXX) e qui trovano un folto gruppo di armati, quindi procedono a piedi lungo la salita e Agnese rabbrividisce al pensiero che la figlia ha percorso quella stessa strada prigioniera dei bravi. Vengono accolti benevolmente dall'innominato che offre loro ospitalità e le donne vengono sistemate in un quartiere a parte, che occupa tre lati del cortile più interno del castello (nella parte posteriore dell'edificio, a strapiombo su un precipizio); il corpo centrale che unisce il cortile interno a quello esterno è occupato da masserizie e provviste, mentre nel quartiere destinato agli uomini ci sono alcune camere riservate agli ecclesiastici e don Abbondio è il primo a occuparne una. Lui e le due donne si trattengono al castello "ventitré o ventiquattro giorni", quindi, nel momento in cui il pericolo dei lanzichenecchi è cessato, l'innominato li accompagna di persona alla Malanotte dove fa trovare una carrozza, e questa li porta poi al loro paese. È questa l'ultima apparizione dell'innominato nel romanzo e lo stesso può dirsi anche del suo castello.
Il luogo è stato giustamente interpretato come un riflesso "simbolico" dell'indole del suo signore, che vive nella sua solitudine asserragliato su un'alta montagna e rende il proprio maniero inaccessibile a chiunque non voglia fare avvicinare: tale è la condizione dell'innominato sino al ravvedimento, poi è lui stesso a scendere dall'altura per incontrare il cardinale e giungere alla conversione, per cui il castello è in certo qual modo immagine dell'isolamento del peccato che l'uomo spezza andando a parlare con il Borromeo. Data l'identificazione tra il personaggio manzoniano e la figura storica di Francesco Bernardino Visconti, si pensa che il suo castello fosse quello i cui resti sorgono ancora nella cittadina di Vercurago, sulla strada che un tempo collegava Bergamo a Lecco (rimangono in piedi un torrione e parte della cinta muraria).
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È il più importante fiume della Lombardia e uno degli affluenti di sinistra del Po, il cui corso (lungo 313 km) nasce sulle Alpi Retiche e si dirige a ovest percorrendo la Valtellina, fino a gettarsi nel lago di Como: riprende nome e aspetto di fiume a Lecco, per estendersi nei laghetti di Pescarenico e Garlate, e successivamente scorre in direzione sud fino a sboccare in pianura presso Trezzo, continuando a serpeggiare con ampi meandri e gettandosi nel Po presso Castelnuovo Bocca d'Adda, fra Piacenza e Cremona. Al tempo della vicenda del romanzo formava per un buon tratto il confine naturale tra il Ducato di Milano e il territorio della Repubblica di Venezia, mentre la sua presenza domina molte parti della narrazione specie nei capitoli iniziali, ambientati nel paesino dei due promessi che sorge non lontano da Lecco e che, in un certo senso, si affaccia sulle rive del fiume. Il cap. I si apre con l'ampia e famosa descrizione paesaggistica, in cui l'autore descrive i luoghi del romanzo e spiega che il ramo meridionale del lago di Como si restringe presso Lecco e sembra assumere di nuovo l'aspetto del fiume, fino al punto in cui il corso d'acqua si allarga nuovamente formando il laghetto di Garlate (vengono citati indirettamente i torrenti Gerenzone, Galdone e Bione, che si gettano nelle acque del fiume). Pescarenico sorge sulle rive del lago dove questo si restringe vicino al ponte di Lecco e da qui padre Cristoforo organizza la fuga di Renzo, Agnese e Lucia dal loro paese, dopo il fallito tentativo di rapire la giovane da parte di don Rodrigo: un barcaiolo raccoglie i tre nel punto in cui il Bione sfocia nel lago e li trasporta sulla riva destra dell'Adda, da dove un barocciaio li accompagnerà a Monza (VIII). In seguito il fiume diventa la meta di Renzo dopo la sua fuga da Milano in seguito al tumulto di S. Martino, quando il giovane, ricercato dalla giustizia, intende varcare il confine e riparare nel Bergamasco (Bergamo all'epoca si trovava nel territorio della Repubblica veneta): Renzo all'osteria di Gorgonzola chiede al locandiere quanto sia distante l'Adda e si sente rispondere che mancano ancora sei miglia da lì ai punti in cui normalmente si può passare il fiume, ovvero Cassano e la chiatta di Canonica (XVI); in seguito il giovane si addentra nella macchia boscosa che orla il fiume non lontano da Trezzo d'Adda (XVII) e si smarrisce nel fitto della boscaglia, assalito da paure e angosce per il buio e il freddo (è un momento importante nel percorso di "formazione" del personaggio, in fuga e braccato dalla giustizia dopo i fatti di Milano). Il mormorio delle acque del fiume, che si sente a una certa distanza poiché esso "ha buona voce", rianima Renzo che ritrova tutto il suo coraggio, mentre l'autore sottolinea che l'Adda è per lui un amico, un fratello, un salvatore (il fiume assume una valenza simbolica, come la prima importante meta raggiunta da Renzo che, da lì in avanti, compirà un deciso progresso nella ricerca della salvezza). Il giovane saggiamente non tenta il guado del fiume, che sa avere una corrente molto forte e insidiosa, e il giorno dopo riesce a superarlo grazie all'aiuto di un pescatore, che lo porta sulla sua barca fino alla sponda bergamasca. Nell'episodio si dice che Renzo è "Nato e cresciuto alla seconda sorgente, per dir così, di quel fiume", alludendo al fatto che il suo paese sorge vicino a Lecco dove l'Adda esce dal lago di Como per poi confluire nuovamente nel lago di Garlate, e questo spiega come il giovane sappia che il fiume fa da confine per un tratto fra i due Stati.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È la bottega di Milano che viene assaltata dalla folla in tumulto il giorno di S. Martino del 1628, in occasione della sommossa scatenatasi a causa del rincaro del pane dopo la revoca del calmiere imposto da Ferrer: si trova in quella che allora si chiamava la Corsia dei Servi (oggi corso Vittorio Emanuele) e l'autore ci informa che ai suoi tempi aveva lo stesso nome, che in dialetto milanese suona "prestin di scansc" e che secondo lui è formato di "parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche, che l’alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono". Il nome "forno delle Grucce" è, secondo Manzoni, la traduzione del nome originale in toscano, ma in realtà la parola "scansc" non allude alle grucce dell'insegna come lui pensava, bensì alla nobile famiglia degli Scansi cui nel XVIII secolo apparteneva la bottega. Viene mostrato nel cap. XII, quando la folla ormai in tumulto accorre in massa per dare l'assalto e saccheggiare il pane, irritata per la revoca del calmiere che è stata decisa il giorno prima: i padroni della bottega si asserragliano all'interno e qualcuno corre ad avvertire il capitano di giustizia, che si precipita poco dopo con alcuni alabardieri tentando vanamente di dispendere i rivoltosi. L'ufficiale riesce a farsi aprire la porta e ad entrare nel forno, quindi tenta ancora di arringare la folla da una finestra ma viene colpito da una pietra e si ritira. In seguito la folla abbatte la porta ed entra nel forno, saccheggiando tutto ciò che riesce a portar via e sciupando una gran quantità di farina; i tumultuanti si abbandonano anche all'insensata distruzione della bottega, asportando varie suppellettili e attrezzi che vengono poi bruciati in un gran falò sulla piazza del duomo, in una sorta di bizzarro rito carnevalesco. All'assalto assiste anche Renzo, arrivato da poco in città, il quale si limita ad osservare le cose dall'esterno e non prende parte ai disordini, pensando in cuor suo che la distruzione dei forni non sia "una bella cosa".
Nel XIX secolo il forno venne rimesso a nuovo e il proprietario Ambrogio Valentini, grato allo scrittore per la celebrità che aveva dato alla bottega con il suo romanzo, gli inviò alla vigilia di Natale del 1870 un omaggio di dolci accompagnato da queste parole: "Ad Alessandro Manzoni / il celebre forno delle Grucce / di nuova vita ringiovanito / a grata testimonianza / il presente saggio / devotamente offre". Il Manzoni rispose: "Al forno delle Grucce / ricco oramai di nova fama propria / e non bisognoso di fasti genealogici / Alessandro Manzoni / solleticato voluttuosamente / con un vario e squisito saggio / nella gola e nella vanità / due passioni che crescono con gli anni / presenta i più vivi e sinceri ringraziamenti". L'autografo manzoniano venne a lungo conservato ed esposto nella bottega in un quadro, finché essa non venne chiusa definitivamente nel 1919 (in seguito la casa venne demolita).
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È il recinto di forma rettangolare posto esternamente alle mura di Milano, vicino a Porta Orientale, destinato al ricovero degli appestati durante l'epidemia di peste del 1630: il luogo è presentato per la prima volta nel cap. XI, quando Renzo giunge a Milano dopo aver lasciato il paese in seguito al fallito tentativo di rapimento di Lucia, indirizzato da padre Cristoforo al convento dei cappuccini di Porta Orientale (l'edificio è descritto come una "fabbrica lunga e bassa" che costeggia le mura della città e il giovane, seguendo le indicazioni di un passante, percorre il fossato che lo circonda arrivando ben presto a Porta Orientale). Il nome "lazzaretto" è collegato al lebbroso Lazzaro della parabola evangelica del ricco epulone (Luca, XVI, 19-31), con probabile influenza anche dell'episodio della resurrezione di Lazzaro di Betania ad opera di Gesù (Giov., XI), anche se il termine propriamente deriva dalla storpiatura del nome dell'isola veneziana di S. Maria di Nazareth, che veniva detta Nazarethum ed era destinata al ricovero di malati contagiosi provenienti dalla Terrasanta (Manzoni usa nel romanzo la forma lazzeretto, in uso nell'italiano dell'epoca). A Milano il lazzaretto era originariamente destinato al ricovero e alla quarantena dei malati di peste, diventando poi sinonimo di luogo in cui venivano curate malattie infettive e contagiose, nonché, per estensione, di spazio pieno di miserie e squallore indicibile. Il lazzaretto è uno spazio narrativo autonomo rispetto al resto della città di Milano e viene descritto in due momenti salienti della vicenda, all'epoca della carestia (XXVIII) e della peste (XXXI ss.).
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È la residenza di don Rodrigo, il signorotto che esercita il suo dominio sul paese dei due promessi, e sorge come una piccola fortezza squadrata su un'altura, a circa tre miglia dal paese e a quattro dal convento di Pescarenico: è descritto nel cap. V, quando padre Cristoforo si reca lì per parlare con il nobile nel vano tentativo di farlo recedere dai suoi propositi su Lucia, e si dice che ai piedi dell'altura c'è un minuscolo villaggio di contadini che dipendono da don Rodrigo e rappresenta "la piccola capitale del suo piccol regno". Il villaggio è abitato da sgherri e uomini armati, le cui donne hanno un aspetto maschio e vigoroso, mentre una piccola strada a tornanti conduce in alto al palazzo: questo appare al cappuccino come una casa silenziosa, quasi disabitata, con l'uscio sprangato e piccole finestre chiuse da imposte sconnesse e consunte dal tempo, protette da robuste inferriate e tanto alte, almeno quelle del pian terreno, da impedire di arrivarvi facilmente (il luogo è dunque un piccolo castello ben difeso e protetto). Sulla porta sono inchiodate le carcasse di due avvoltoi, uno dei quali "spennacchiato e mezzo roso dal tempo", mentre due bravi montano la guardia sdraiati su panche poste ai lati dell'uscio. L'interno dell'edificio non è mai descritto in modo dettagliato, salvo col dire che è la residenza signorile di un nobile e lasciando intendere che vi sono molte sale e salotti: ci viene mostrata direttamente la sala da pranzo, dove don Rodrigo è a tavola coi suoi convitati nel momento in cui riceve la visita di padre Cristoforo (cap. V), quindi un'altra sala appartata dove si svolge il successivo colloquio col cappuccino (VI) e della quale ci verrà detto più avanti che sulle pareti campeggiano i ritratti degli antenati del signorotto (VII).
Il palazzo viene citato ancora alla fine del cap. VIII, quando Renzo, Agnese e Lucia lasciano il paese sulla barca e osservano il paesaggio, su cui il palazzo del signorotto domina dall'alto con un aspetto truce e sinistro. Il luogo ritorna alla fine della vicenda (XXXVIII), quando don Rodrigo è ormai morto di peste e in paese è giunto il marchese suo erede, per prendere possesso dei suoi beni: il gentiluomo, personaggio moralmente retto e di vecchio stampo, decide di aiutare i due promessi e li riceve nell'edificio, dove Renzo e Lucia entrano accompagnati da don Abbondio, Agnese e dalla mercantessa (il nobile acquisterà a un prezzo assai alto le terre di Renzo e Agnese, dunque consentirà loro di trasferirsi nel Bergamasco senza problemi economici).
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

Cittadina della Lombardia che sorge sulle sponde del braccio meridionale del lago di Como, vicino al punto in cui esso si restringe diventando simile al corso di un fiume (come descritto nel cap. I): all'epoca della vicenda era poco più di un borgo di campagna e il paesino dei due promessi sposi si trova non lontano da lì, essendo una delle "terre" che si trovano nel suo territorio, nei pressi del ponte di Lecco. La città, come detto nel cap. I, ospitava nel Seicento una guarnigione di soldati spagnoli e vi risiedeva un "castellano" (il comandante della guarnigione stessa) che il podestà di Lecco definirà suo amico e confidente (V). A Lecco vive e lavora l'avvocato Azzecca-garbugli, cui Renzo chiede un consiglio legale dietro suggerimento di Agnese, per cui il giovane si reca nella città per andare alla casa del dottore di legge (III); è questa l'unica circostanza del romanzo in cui Lecco è mostrata come effettiva ambientazione, benché della città non venga fornita una descrizione dettagliata. Il territorio di Lecco è spesso citato per indicare i luoghi in cui si svolgono le vicende del romanzo o alcuni dei fatti storici riferiti dall'autore (ad esempio il passaggio del Lanzichenecchi o il diffondersi della peste), mentre Renzo si presenta talvolta dicendo di provenire "da Lecco", ovvero da quella zona della Lombardia.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È una locanda di Milano, dove Renzo si reca in compagnia del poliziotto travestito che lo ha avvicinato in seguito al suo improvvisato discorso alla folla, nella giornata del tumulto di S. Martino (cap. XIV): lo sbirro ha tentato di condurlo direttamente al palazzo di gisutizia, ma Renzo è troppo stanco per proseguire ed entra in questo "usciaccio", fuori dal quale campeggia appunto l'insegna della Luna Piena. Si tratta di un locale malfamato e frequentato da gente di ogni risma, in cui il poliziotto è di casa e dove infatti fa da guida a Renzo: i due attraversano un cortiletto ed entrano attraverso un saliscendi nella cucina, dove c'è una tavola lunga e stretta con due panche ai lati, illuminata da due deboli lumi appesi al soffitto; sulla tavola ci sono bicchieri, fiaschi, dadi, carte da gioco e tutt'intorno siedono degli avventori intenti a giocare e a bere, facendo un gran chiasso. Sul tavolo si vedono molte monete che, se potessero parlare, direbbero di provenire dalle ciotole di qualche fornaio o dalle tasche di qualche ingenuo spettatore del tumulto (l'osservazione ironica dell'autore precisa che la locanda è frequentata da ladri e borsaioli), mentre un garzone fa avanti e indietro a portare vino e cibarie. L'oste è seduto accanto alla cappa del camino e finge indifferenza mentre accudisce il fuoco con le molle, ma in realtà è molto attento e non gli sfugge nulla di quanto avviene nel suo locale. In seguito si apprenderà che conosce perfettamente il poliziotto e gli reggerà il gioco nel cercare di estorcere il nome di Renzo, che maledirà tra sé per la sua ingenuità da contadino.
L'osteria si rivelerà un "luogo di perdizione" per Renzo, il quale finirà per ubriacarsi e, privo di lucidità, cadrà nella trappola del poliziotto che riuscirà a fargli dire il nome per spiccare contro di lui un mandato di cattura (l'uomo lo ha preso per uno dei capi della rivolta, a causa del discorso con cui ha arringato la folla): il giorno dopo, infatti, il giovane sarà svegliato dal notaio criminale e da due birri venuti ad arrestarlo (XV), e riuscirà a sfuggire alla cattura per miracolo grazie all'aiuto di altri popolani, dandosi alla fuga e riparando in seguito nel Bergamasco. La disavventura alla locanda servirà di lezione a Renzo, il quale avrà una condotta assai più prudente quando, durante la sua fuga rocambolesca, si fermerà all'osteria di Gorgonzola (berrà poco vino ed eviterà accuratamente di dire all'oste da dove viene), mentre in occasione del suo ritorno a Milano durante la peste non si avvicinerà più a nessun locale pubblico, dimostrando che ciò è stato parte del suo percorso di formazione: non a caso egli dirà, come "morale" alla conclusione del romanzo, di aver imparato "a non alzar troppo il gomito", alludendo proprio alla sua esperienza alla Luna Piena.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È la principale città lombarda del XVII secolo e la sede del governo spagnolo dell'epoca, nonché la capitale dell'omonimo Ducato e uno dei principali centri dell'Italia settentrionale: rappresenta l'unica reale ambientazione urbana di cui l'autore fornisca una descrizione diretta e dettagliata nel corso del romanzo, in cui essa è lo scenario di due importanti episodi narrativi (il primo viaggio di Renzo, in occasione del tumulto per il pane dell'11 novembre 1628, e il secondo viaggio quando la città è sconvolta dalla peste del 1630). Milano è mostrata come una una grande città caotica e tumultuosa, malsana, dominata da una folla disordinata e violenta che si contrappone alla pacifica e quieta popolazione contadina dei piccoli centri (il Bergamasco, il paese dei due promessi...), in accordo con la visione manzoniana che privilegia le ambientazioni rurali e rappresenta quelle cittadine come negative e piene di vizi morali. Non a caso sarà soprattutto Renzo ad essere protagonista di varie "disavventure" nelle strade della metropoli, all'interno di un percorso morale che sarà occasione per lui di crescita umana e di "formazione" (specie in occasione del secondo viaggio, in cui l'attraversamento della città flagellata dalla peste appare quasi come una "discesa agli inferi"), mentre Lucia, pur essendo presente come personaggio in questo spazio narrativo, non vi viene quasi mai mostrata se non all'interno della casa di donna Prassede e don Ferrante, oppure nel lazzaretto che costituisce una sorta di universo separato e in certo modo indipendente dalla realtà cittadina in cui pure è inserito. Fanno parte dell'ambientazione milanese anche il forno delle Grucce e l'osteria della Luna Piena, per cui si rimanda alle rispettive voci.
È quasi inutile sottolineare che Milano riveste grande importanza nell'economia narrativa del romanzo e molte pagine sono dedicate alla sua descrizione, sia per l'effettiva importanza della città fin dai tempi più antichi, sia in quanto luogo in cui l'autore è nato e ha trascorso quasi la sua intera vita, per cui la conoscenza che Manzoni ha di tale ambientazione riflette la sua personale esperienza (la stessa cosa, del resto, può dirsi per tutti gli altri luoghi del romanzo, non a caso posti anch'essi in Lombardia). Lo scrittore ricostruisce l'ambiente della Milano del Seicento basandosi sulle testimonianze degli storici dell'epoca, che egli consulta scrupolosamente e non manca di citare all'occasione.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

È la cittadina lombarda vicino a Milano dove Agnese e Lucia si recano dietro suggerimento di padre Cristoforo, in seguito al fallito tentativo di rapire la giovane da parte di don Rodrigo: le due donne vi arrivano nel cap. IX accompagnate dal barocciaio, quindi (dopo essersi separate da Renzo che riparte alla volta di Milano) giungono al convento di cappuccini posto a pochi passi dalla città. Da qui il padre guardiano le accompagna al convento di Gertrude, non distante dalla "porta del borgo" che all'epoca era vicino a un "antico torracchione mezzo rovinato" e a un castello diroccato (entrambi abbattuti tra 1809 e 1814) e qui parlano con la monaca, che accetterà di ospitarle nel monastero ricorrendo all'influenza che le deriva dal suo grado e dalla potente famiglia a cui appartiene. Nei capp. IX-X l'autore racconta la storia passata di Gertrude, figlia di un principe milanese che era il feudatario della città di Monza (il personaggio storico è da identificare con don Martino de Leyva) e il convento con tutta probabilità corrisponde a quello benedettino di Santa Margherita, dove Marianna de Leyva (la Gertrude del romanzo) fu educata e ricevette gli ordini religiosi a sedici anni, nel 1591. Monza è la prima vera città che entra in scena nella vicenda, in seguito alla fuga precipitosa dal paese la "notte degli imbrogli", anche se di essa non viene mostrato praticamente nulla a eccezione del monastero, dove peraltro Agnese e Lucia (e poi la giovane soltanto, dopo la ripartenza della madre per il paese) restano rinchiuse tutto il tempo. L'unico "esterno" dopo il loro arrivo coincide con l'uscita fatale di Lucia dal chiostro, inviata da Gertrude col pretesto di una commissione urgente e segreta per il padre guardiano dei cappuccini, mentre si tratta di una trappola ordita dall'innominato per rapirla (cap. XX): Lucia esce dalla porta del borgo, si incammina per la strada maestra e imbocca quella che conduce al convento dei cappuccini, che l'autore descrive "affondata, a guisa d'un letto di fiume, tra due alte rive orlate di macchie, che vi forman sopra una specie di volta". Qui trova la carrozza coi bravi dell'innominato che fingono di chiederle la "strada di Monza" e approfittano poi della situazione per afferrarla e gettarla nella carrozza; Lucia viene in seguito portata al castello dell'innominato (situato al confine tra lo Stato di Milano e la Repubblica Veneta, a circa sette miglia dal palazzotto di don Rodrigo). Monza viene citata ancora una volta nel cap. XXXIII, allorché Renzo, partito dal suo paese alla volta di Milano per cercare Lucia, fa una tappa nella cittadina e acquista due pagnotte da un fornaio, che gliele porge con mille cautele a causa della peste.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

Nel cap. I è descritta la strada che conduce al paese e che don Abbondio percorre tornando a casa dalla passeggiata serale: essa si biforca in prossimità del tabernacolo dove i bravi attendono il curato, e una strada porta in alto, al paese, l'altra scende a un torrente a valle (dunque il paese si trova in cima a una collina, o comunque in posizione elevata). La casa di Renzo si trova al centro del paese, mentre quella di Lucia e Agnese è posta al fondo, quasi appartata dal resto dell'abitato: posta su due piani, è circondata da un muricciolo e il suo isolamento favorirà il tentativo di rapimento di Lucia ad opera dei bravi. Nel cap.IV viene descritta l'osteria, dove Renzo cena in compagnia di Tonio e Gervaso la notte del "matrimonio a sorpresa", gestita da un oste che è fin troppo sollecito a evitare le domande di Renzo e a rispondere a quelle dei bravi che sorvegliano lui e i suoi amici.
illustrazione originale di Francesco Gonin del 1840

Piccolo centro a sud del ponte di Lecco, posto sulla riva sinistra dell'Adda nel punto in cui il lago di Como si restringe (come spiegato nella celebre descrizione iniziale del cap. I): all'epoca della vicenda del romanzo era un minuscolo villaggio di pescatori, mentre attualmente è un sobborgo industriale della stessa cittadina di Lecco. A Pescarenico si trova il convento di cappuccini dove vive il padre Cristoforo, che sorge fuori dell'abitato e di fronte all'ingresso nel paese, vicino alla strada che conduce da Lecco a Bergamo (cap. IV); secondo l'autore l'edificio del convento esisteva ancora agli inizi dell'Ottocento e il luogo è descritto anche nel cap. XVIII, quando Agnese si reca al convento per parlare con Cristoforo e fra Galdino la informa che il cappuccino è stato trasferito a Rimini. Pescarenico è spesso citata proprio come il luogo da cui proviene padre Cristoforo, il quale può contare sull'appoggio e l'aiuto di molti suoi abitanti, grazie al prestigio di cui gode e alla sua fama di santo: nel cap. VIII il frate organizza la fuga dei due promessi grazie a un barcaiolo che li raccoglie nei pressi del Bione, un torrente che sbocca nel lago a pochi passi dal villaggio di pescatori, mentre è di Pescarenico il pesciaiolo che farà da messaggero portando a Lucia e Agnese, rifugiatesi a Monza, notizie dal paese.